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Turchia

“Turco” vuol dire “discendente, forza, forte, ordinato, evoluto, maturato”, appena passiamo la frontiera si nota una certa serietá nei controlli, tante domande, ci fanno scaricare le borse, ce le fanno aprire, ma sanno bene che non abbiamo niente da nascondere, e non hanno certo voglia di aprire ogni sacchetto, andate ci dicono, ci chiedono l'itinerario, e appena nominiamo l'Iran ci dicono no good, Turchia good , Iran no!

Il sole batte forte, per la prima volta fa troppo caldo, la strada é dritta, tutta nuova, di nuovo cani, e sono pure in gruppo, aiuto, sono ancora piú grandi di quelli grechi, di nuovo tanta tensione, io cerco di concentrarmi sulla strada, ma sento il mio sangue bollire, inizia a farmi male la testa, perdo il controllo e cado, mi rialzo, il pedale mi ha lasciato un bel segno, via, qui tutto é imponente, grande, bandiere appese alle finestre dei palazzi tutti uguali, poi di nuovo niente, poi di nuovo cittá enormi che si vedono da lontano, Kesan é ancora lontana, e quando arriviamo andiamo nel parco della cittá, dove chiediamo se possiamo piantare la tenda, certo ci dicono, e se di notte avete un problema fate un fischio e la guardia arriverá, ok, andata.

Di notte i cani del canile fanno il concerto, di mattina il parco si riempie molto presto di donne e uomini che fanno i loro esercizi mattutini, alcuni ci fanno qualche domanda, ma qui nessuno parla inglese.

Ci vorranno 2 giorni per raggiungere Istanbul ma facciamo 1 giorno di sosta a Terkirdag, una cittá sul mare, dove iniziamo ad entrare in sintonia con tutta un'altra mentalitá.

Iniziano i bazar, le stradine caotiche, il via vai di gente sui marciapiedi strettissimi, ristoranti di pide, una pizza turca allungata, di polpettine di carne squisite, di kebab, di pasticcerie con dolci dolcissimi, pieni di zucchero a volonta', venditori ambulanti di ciambelle di pane ricoperte di sesamo, io mi fermerei dappertutto, assaggerei tutto, ma impossibile, le mie bevande preferite rimarranno il cay, il the' nero turco e l'ayran, uno yogurt al naturale leggermente salato.

Raggiungere Istanbul in bicicletta e' un'impresa, un sali e scendi su 7 colli, all'inizio sembra facile, poi le corsie diventano sempre di piu', non le conto piu', devo tenere altissima la concentrazione, guardare a destra e sinistra, lo specchietto retrovisore e cercare di non perdere di vista André, in un sottopassaggio non so piu' che corsia prendere, grido "aiuto" e proseguo, in una sosta obbligata mi faccio il segno della croce, procedo e ogni tanto mi sento pure forte sulla mia bicicletta enorme, o mi fanno passare o gli sfregio la macchina!

L'ultimo pezzo si rivela essere una pista ciclabile, arriviamo in piazza e facciamo una foto con la Moschea Blu di sfondo.

Siamo emozionati, ce l'abbiamo fatta, abbiamo raggiunto il nostro primo grande traguardo! 

Ponte tra Asia ed Europa, metafora dell'unione tra Oriente e Occidente, luogo pieno di leggende e miti, Istanbul e' una città dalla bellezza magica che nei secoli è stata la Bisanzio dei Greci, la Costantinopoli dei Romani e la capitale dei sultani ottomani.

La giriamo in lungo e in largo, cerchiamo di riposare un po', André rimette a nuovo le bici, e il motivo principale per cui rimaniamo quasi 10 giorni e' perché dobbiamo organizzare almeno 2 visti, quello dell'Uzbekistan e quello dell'Iran, 2 imprese che ci costano camminate interminabili, stress e tantissima pazienza, difficile qui riportare i particolari, perché sembra che la simpatia cambi all'improvviso le regole burocratiche, insomma l'importante e' che riusciamo ad ottenerli!

Lasciare Istanbul mi dispiace un po' ma da una parte siamo contenti di lasciare la follia che regna in citta' e lo smog diventa insopportabile.

Decidiamo di prendere un traghetto per dirigerci a est, evitando cosi' la periferia dall'altra parte della citta', il mare e' pieno di enormi meduse, un nostro amico e' stato piu' fortunato e ha visto i delfini, dal mare si vede una foschia compatta che abbraccia tutta la città, un posto mistico, tante le cose che non abbiamo visto, ma il viaggio deve continuare, anche se salire in sella dopo una lunga pausa é veramente dura, e il caldo insopportabile ci obbliga a continue soste dai benzinai per rinfrescarci, quasi tutti ci offrono il cay, che beviamo sempre volentieri.

Il paesaggio é un continuo alternarsi di terra arida con piantagioni di ulivi e di distese verdi di frumento verdissimo sicuramente geneticamente adattato ai climi turchi, condividiamo le strade con contadini che guidano dei trattori pieni di pesticidi, quasi tutti indossano dei guanti e l'aria ha un'odore acro e si colora di blu, aiuto!

Meglio non pensarci tanto e rimandare le abbuffate di olive biologiche italiane al ritorno.

Qui la colazione classica include olive, formaggio fresco, pomodori, cetrioli e se si ha fortuna del buon pane dove spalmare burro e marmellata, ringrazio sempre il Signore di avere da mangiare e quando si ha fame vi assicuro che si mangia tutto, basta riempirsi lo stomaco!

Qui la lingua é una vera barriera, difficile trovare qualcuno che capisca si' e no in inglese, ogni tanto incontriamo qualcuno che parla tedesco, turchi che hanno lavorato in Germania e sono poi tornati, una volta una macchina frena in mezzo alla strada, scende una signora vestita di nero con un foulard di pizzo verde, ci chiede da dove veniamo in inglese, le rispondiamo e poi risale in macchina e va; tanti automobilisti ci suonano e ogni tanto ci stanchiamo proprio di salutare tutti, ma come non poter salutare una bambina che dal finestrino ci saluta con una rosa?

Cerchiamo sempre, di trovare un posto per accamparci, ma talvolta siamo cosi' stanchi che ci arrendiamo a un letto d'albergo in citta' di milioni di abitanti, ma é sempre bello vedere come la gente ci guarda, neanche fossimo 2 scimmie scappate da uno zoo!

Dopo numerose salite e alcuni passi raggiungiamo un'altopiano interminabile, ogni tanto la strada e' sterrata e quando arrivano macchine o camion in senso contrario una nube di polvere ci avvolge e sudati come siamo si attacca alla nostra pelle; avremmo potuto continuare sulla superstrada ma decidiamo per l'avventura nell'entroterra, e non sapendo se troviamo pane e acqua facciamo sempre scorta, google non ha infatti sempre ragione e talvolta benzinai e chioschi non ci sono piu'! 

Ai bordi della strada iniziamo a vedere baraccopoli, il blu e il bianco delle tende si vedono da lontano, nessuno sa o non ci vuole dire chi sono veramente, ma probabilmente sono dei lavoratori siriani stagionali e dei siriani scappati dalla guerra, vi lascio immaginare le loro condizioni di vita, i bambini sono cosi' timidi che non sempre salutano, non penso abbiano mai visto una scuola, e giocano a saltare un cavo elettrico.

Tutti sanno, ma a nessuno conviene istruire i futuri lavoratori di terra, schiavi a buon prezzo!

Una notte ci fermiamo in un parco con un laghetto e dopo aver chiesto il permesso alle guardie piantiamo la tenda, ci viene offerto il cay e sotto degli alberi altissimi troviamo un bel posticino; le urla degli uccellini affamati ci faranno compagnia fino a sera tardi per poi ricominciare la mattina.

I turchi amano fare i pic-nic e i parchi sono sempre pieni, appena arrivano srotolano i tappeti, da una parte le donne preparano la carne da grigliate e le insalate e dall'altra gli uomini preparano il cay mettendo delle teiere sopra dei fornelletti.

I contadini fanno una vita molto semplice, si nota dalle case in cui vivono, molto spesso il pastore monta un'asinello e procede in mezzo al gregge di pecore, un giorno stavamo pranzando con il solito kebab quando di fronte a noi si ferma un macchina, nel bagagliaio c'era una pecora gravida, arriva il veterinario, le fa una puntura, un'altro signore le da delle erbe da mangiare, io mi preoccupo per la povera pecora, poi chiedo se e' tutto ok, tutto ok mi risponde il proprietario e mi sorride!

Proseguiamo su una strada tranquilla, un continuo sali e scendi, e al primo paesino andiamo a berci un cay, troviamo dei signori in piazza che giocano a carte e cerchiamo di studiare la situazione e soprattutto se in paese c'e' un parco.

Abbiamo di nuovo fortuna, giriamo l'angolo e lo troviamo, bellissimo, chiediamo ai giardinieri il permesso di piantare la tenda, telefonano al "Mere", al sindaco del paese e ci danno l'ok. Mezz'ora dopo il sindaco ci viene a salutare.

Abbiamo pure un rubinetto dell'acqua e ci possiamo lavare via la polvere, campeggio a 5 stelle!

Il paesaggio sull'altopiano e' molto misterioso, una sottile foschia lo avvolge, si intravedono ombre, il sole batte forte, gli impianti d'irrigazione ai bordi della strada sono un'occasione per rinfrescarci, i minareti delle moschee si vedono da lontano, e con il loro avvistamento speriamo sempre di trovare un bel paesino con una "pasticceria" che serve magari un cappuccino, ma il caldo fa brutti scherzi, figuriamoci se nel bel mezzo della steppa e in paesi abbandonati qualcuno aspetta 2 poveri ciclisti, ma io ci spero sempre. Quando sono stanca inizio a pensare a una bella fetta di torta alle carote con i pistacchi ricoperta di panna, come quelle che mangiavamo in Nuova Zelanda, ma almeno la' le trovavamo in quasi ogni paesino!

Ci rassegniamo di nuovo al solito cay e ci fermiamo in un "ekmek" sulla strada, incontriamo Osman, che ha vissuto a lungo in Svizzera, parliamo un po' e poi ci invita a casa sua in un paesino sperduto nella steppa, ci accoglie sua moglie, sua figlia, il genero e veniamo trattati come se fossimo della famiglia, doccia, cena, alloggio in una casettina in giardino e colazione alle 8.00 in punto, ci viene pure a svegliare, una bella esperienza, e grazie mille di tutto!

Il giorno dopo troviamo un vero e proprio campeggio, ma tutti vogliono sapere tutto su di noi, di nuovo le solite domande, e  stanchi come siamo avremmo bisogno di riposo.

La Cappadocia non e' lontana, il paesaggio cambia quasi all'improvviso e dall'altopiano la strada diventa ripida, facciamo 2 piccole tappe, una in un parco a Selime e una nel parco giochi di un benzinaio, per poi proseguire fino a Göreme, meta turistica obbligatoria, il panico ci assale e dopo la solitudine degli ultimi giorni avremmo voglia di scappare subito. Dopo ore di ricerca per una sistemazione ad un prezzo accessibile passiamo 3 giorni a riposarci un po'.

La Cappadocia è una regione storica nel mezzo dell’Anatolia, Patrimonio UNESCO dal 1985 per via delle incredibili architetture naturali dette Camini delle fate (Peribacalar), pinnacoli conici sormontati da cappucci di roccia. Il tufo calcareo battuto per milioni di anni dal vento, ha assunto forme particolari che smuovono il paesaggio desertico. Scavando la friabile roccia, l’uomo in tempi remoti ne ha ricavato abitazioni/nascondiglio. Il risultato? Formazioni geologiche che si stagliano dal terreno come tante candele, puntellate di buchi e grotte, finestre e accessi a insediamenti rupestri. Molte di queste “case” sono ancora abitate.

Una mattina ci alziamo alle 4.00 per fare una camminata nel parco e vedere il sorgere del sole ma il tempo e' nuvoloso, peccato, e' stata comunque una passeggiata molto particolare e misteriosa in un paesaggio surreale, durante la quale una cagnolino nera ci ha seguito fino al nostro rientro in albergo.

Prossima destinazione e' il lago di Van, il piu' grande lago salato della Turchia, e ci separano quasi 800 km. di superstrada, per fortuna non molto frequentata. Fa qualche giorno di freddo e pioggia e una notte chiediamo se possiamo dormire in un parco, certo, ma non in tenda, il guardiano ci porta nella moschea del parco e ci dice di metterci dentro, incredibile, quando ormai proprio avevamo perso la speranza ecco di nuovo la manna dal cielo, come un pomeriggio che strenuati da tanti metri di dislivello e da paesaggi meravigliosi tra canyon immensi, giriamo a destra e troviamo dietro a dei cumuli di roccia un posto stupendo con davanti a noi montagne innevate. Grazie Signore, non ho parole per il Suo continuo sostegno e io mi ritengo sempre di piu' una donna di poca fede!

Le giornate sembrano infinite, ma sempre piene di grandi esperienze, quelle brutte non ve le racconto, come all'entrata di un tunnel quando ci fermano e ci dicono di aspettare, poi arriva una macchina che ci scorta fino alla fine del tunnel, a me vengono quasi le lacrime nel vedere tanta disponibilità, qualcosa di impensabile per noi, normalissima per loro.

Quando arriviamo a Kale cerchiamo ombra giu' al lago nel giardino di un'albergo, pic-nic con squisitissimo pane, frutta secca e Ayran; e' ancora presto ma il caldo ci obbliga ad una lunga pausa, il luogo e' magico, sembra quasi lunare, pace e silenzio, l'acqua del lago sembra uno specchio, le montagne di roccia rossa lo delimitano e tante penisolette escono dai suoi bordi........

Tutto il personale dell'albergo viene a salutarci, uno parla italiano, uno tedesco e gli altri solo turco. Alla fine decidiamo di passare una notte, che poi diventeranno 2, e il nostro corpo ne sara' riconoscente. Le 2 sere sul terrazzo sono magnifiche, il cielo si ricopriva di nuvole di tanti colori, la luna era sottilissima, e che bello vedere calare la notte cosi' lentamente, ci sembrava di essere soli su tutto il pianeta!

Quando ripartiamo sappiamo che sara' di nuovo una giornata dura con 40 gradi e tante salite, la mattina ci regalano delle mandarle, poi lungo la strada un signore ci butta delle albicocche acerbe sulla strada, loro le mangiano cosi', e non erano niente male.

Per fortuna che lungo la strada si trovano fontane di acqua freschissima, ci buttiamo sotto ma in mezz'ora siamo di nuovo asciutti, io mi prendo l'ennesimo colpo di sole, ma ce la faccio ad arrivare a destinazione, di notte non dormiro', il campeggio sul lago e' un caos di cani randagi, il traffico e' intenso tutta la notte, poi gli inviti alla preghiera del muezzin, poi un musicista del paese vicino che si allena alla batteria, aiuto, sono in crisi, momenti in cui tornerei a casa, ma quale casa?

No, il viaggio e' anche questo, sofferenza del corpo e dell'anima, di un non so che, devo avere forza e coraggio, so gia' che il viaggio vero e proprio iniziera' quando finirà, perche' sara' allora che ringraziero' me stessa per aver teneto duro, e per aver vissuto parte della vita.

Quando raggiungiamo Diyarbakir, la capitale del Kurdistan, sembra una zona di guerra, anzi lo e', tutta la citta' e' assediata da militari e polizia in borghese e non, di sera sembra esserci il coprifuoco, e non si capisce bene se e' veramente pericoloso qui o no, posto sconsigliato ai turisti.

Noi non ci facciamo tanto caso e assaporiamo la citta' dall'atmosfera chiaramente orientale, con il suo caravanserraglio e le strade piene di venditori di more, di albicocche, di radici e ahimè ti tante cose che non sappiamo cosa siano!

Facciamo di nuovo pausa per fare il bucato e aggiornare il nostro Blog.

Quando ci addentriamo nel Kurdistan l'atmosfera si fa molto tesa, si nota un certo scetticismo e indifferenza nei nostri confronti, mancano 2 giorni al lago di Van, il piu' grande lago salato della Turchia, situato ad un'altitudine di 1.646 metri sul livello del mare, con una lunghezza di 120 chilometri ed una larghezza di 80 chilometri, una superficie di 3.713 chilometri quadrati e una profondita' massima di 457 metri. 

Prima del lago, il paesaggio e' molto monotono, un sali e scendi continuo, solo campi di grano, un'asfalto a tratti molle a causa del caldo, quasi 40 gradi e bere in continuazione non ci aiuta, sudiamo tanto ma non ci asciughiamo, l'avevamo imparato in Malesia, in modo da mantenere la temperatura del corpo un po' umida, ci fermiamo dai benzinai per un po' di ombra, per un gelato, per bagnarci e per bere acqua fresca, ma non evitiamo i colpi di sole, con mal di testa terribili, io riesco a malapena a pedalare, non riesco piu' a concentrarmi e vedo solo foschia davanti a me, la luce del sole mi abbaglia, e quando raggiungiamo Silvan siamo assaliti da bambini che gridano touris touris. mettersi d'accordo per il prezzo dell'albergo mi richiede tantissima pazienza e testardaggine! Vi trascuro tutti i particolari della struttura alberghiera, ma purtroppo non abbiamo scelta, mettere la tenda qui da qualche parte e' troppo pericoloso, e preferiamo chiudere tutto dietro a una porta.

Il giorno dopo cerchiamo per la prima volta un taxi che ci porti direttamente sul lago ma ci chiedono troppi soldi e decidiamo di partire e riprovare nel paese successivo, dove incontriamo Mammut che nel giro di un'ora riesce ad organizzarci un taxi su per le montagne e grazie a Dio ci risparmiamo una tappa durissima, quando e' troppo e' troppo.

Diciamo la verita', preferiamo pedalare che essere su una macchina che sfreccia a 100 all'ora e sorpassa in curva, ma "Allah" e' stato con noi!

L'autista ci lascia sulla strada che porta al lago, ma per la notte ci fermiamo sul retro di un benzinaio, inizia a piovere, dalla tenda vediamo 2 arcobaleni che abbracciano le montagne e il campo di grano.

I giorni seguenti saranno misteriosi e silenziosi, pedaliamo lungo la sponda settentrionale del lago, il colore e' di un blu intenso, l'altra sponda non si vede, sembra un mare, facciamo qualche sosta per rifocillarci, una quiete immensa ci assale, e con quasi 20 gradi in meno di ieri la nostra mente e' piu' rilassata, ci godiamo un posto pic-nic per la notte, il proprietario prima di tornare a casa ci assicura che non e' pericoloso e dopo mezz'ora torna con la sua famiglia con un piatto di peperoni e foglie di vite ripieni di riso ancora caldo e un pezzo di pane, siamo senza parole, da una parte non ne possiamo piu' di macchine che si fermano per salutarci e suonano il clacson a piu' non posso, e dall'altra le persone ci stupiscono sempre con la loro generosita'.

Dogubayazit non e' piu' tanto lontana e vorremmo fare ancora 3 tappe, ma non riuscendo a trovare dei posti adatti per il bivacco facciamo di nuovo 2 tappe di 90 km., trovando per fortuna ai bordi della strada un piccolo parco su un fiume per la terza notte e la quarta dovremo raggiungere a nostro malincuore la citta' a sera ormai inoltrata.

L'ultima tappa e' stata magica, dura e bella allo stesso tempo, sappiamo che c'e' un passo ma siamo felici, risparmiamo acqua e cioccolata perche' siamo nel mezzo del Kurdistan e qui i villaggi sono molto indipendenti, molto rurali, ma sembra abbiano tutto, case semplici di mattoni, polli che scorrazzano, asinelli legati ai bordi della strada, panni stesi, sterco di mucca messo a seccare, tante pecore con relativi cagnoloni, donne accovacciate nei campi a cercare qualcosa o a seminare e poi loro, i "terribili e famosi bambini del Kurdistan", che arrivano sempre in gruppo, si coprono la faccia come fanno i terroristi e si mettono a tracolla un'ombrello per farlo sembrare un'arma, alcuni di loro ci tirano sassi o pezzi di legno e i loro genitori a loro volta li prendono a sassate per mandarli via, sembra che qui regni solo violenza reciproca. 

L'ultima tappa e' magica, dobbiamo fare un passo  e lentamente siamo circondati da montagne, poi lassù vediamo il Tendurek, 3.584 metri, circondato da 20 fino a 30 km. di lava, al passo non abbiamo neanche tempo per un'abbraccio che da una postazione militare ci urlano in turco con un megafono, non capiamo, ma il messaggio e' chiaro, dobbiamo andarcene, ci mettiamo una giacca e giu' in discesa.

Andre' mi aspetta ad una curva, mi dice di guardare, io non vedo che un cumulo di nuvole, guarda bene mi dice, ed eccoli, il grande e piccolo Ararat, 2 coni vulcanici maestosi ricoperti di neve, rispettivamente 5.165 e 3.925 m.

Purtroppo il terreno e' ricoperto di lava, le greggi di pecore sono dappertutto e un carro armato militare apparentemente ci sta controllando, quindi niente bivacco.

Arriviamo in citta' che e' buio, il morale a terra, dopo 4 giorni di pace in tenda ci troviamo di nuovo nel caos, domani ti lasceremo cara Turchia, con il tuo carattere forte e orgoglioso, ma anche con la tua dolcezza e generosità', vorrei tanto sapere cosa si raccontano tutti i turchi quando si siedono davanti a una tazza di cay e discutono pomeriggi e giorni interi, forse a come fare per poter conquistare ancora terre come facevano gli ottomani.

Iyi şanslar (buona fortuna)!

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