· 

Iran

Non vedevo l'ora di vederti terra iraniana, senza rendermi conto ho i piedi sul tuo suolo, la frontiera la passiamo velocemente, tante domande in un'ufficio, cambiamo i soldi e via, di nuovo tutto nuovo, siamo molto disorientati, e con tanta emozione sfrecciamo su strade rosse infangate, le buche sono enormi, i cartelli stradali scritti in farsi, pioviggina e come 2 astronauti esploriamo la prima citta', piena di edifici in costruzione, che probabilmente non saranno mai terminati, tutti hanno uno scheletro di metallo, le fondamenta non le fanno proprio, c'e' un'aria triste, le strade sono vuote e cerchiamo di raggiungere il centro, cerchiamo un'albergo e uno lo troviamo, io vado a guardare la stanza, no grazie, in tenda e' meglio, André non e' dello stesso parere e proseguiamo.

Sappiamo che la prossima citta' e' molto lontana, ma forse troveremo un posto per la tenda, io sono in crisi, forse tutti e due, succede ogni volta che bisogna imparare tutto daccapo, come se ogni paese fosse il primo giorno di scuola.

Decidiamo di tornare in citta', andiamo al supermercato, che sara' l'ultimo cosi' fornito per tutta la durata del nostro soggiorno in Iran, e grazie a Dio incontriamo 2 ciclisti, uno cinese e uno tedesco, Andy, possiamo scambiare qualche parola, la proprietaria del negozio ci porta una torta che sparisce nel giro di qualche minuto, poi torniamo alla ricerca di un'albergo e grazie al cinese lo troviamo, doccia e via a cena.

Per strada incontriamo dei locali che ci portano in un posticino a mangiare della zuppa, premetto che i cinesi mangiano tutto, Andre' e Andy si adattano e io mi faccio forza, zuppa fredda con dei pezzi di spaghetti rotti e scotti, per fortuna il dolce era buono, l'Halva, una specialita' a base di zucchero, mandorle e miele o noci e glucosio, simile al torrone.

i giorni seguenti proseguiamo con Andy e la sua compagnia ci porta un po' di distrazione, finalmente qualcuno con cui parlare delle nostre esperienze. 

La steppa iraniana inizia a farci compagnia, in silenzio pedaliamo e cerchiamo di abituarci al nuovo paese, che per nostra sfortuna sta festeggiando il ramadan, 30 giorni di digiuno fino al tramonto del sole, tutto e' chiuso, ogni tanto troviamo un negozietto di alimentari, con i soliti pacchetti di biscotti, i soliti succhi di frutta e pane sottile, patatine e the'.

Arrivati in una cittadina cerchiamo il parco per piantare la tenda ma non ce lo permettono, ormai tutta la cittadina sa del nostro arrivo e un tizio viene a salutarci e ci prega di seguirlo, ci porta in comune penso, ci chiedono i passaporti e ci danno una stanza per dormire, con annessa cucina e doccia; dopo un'oretta bussa qualcuno, apro e ci danno una borsa con la cena, riso e kebab!

Siamo sconcertati da tanta ospitalità', ne avevamo sentito parlare ma per noi europei e' incredibile.

La mattina seguente dopo una decina di scatti fotografici con i dipendenti del comune e 1.000 domande riusciamo a partire, e dopo aver raggiunto la strada principale siamo travolti da un vento forte che ci spinge praticamente fuori strada a ogni passaggio di camion, eccoli, li aspettavamo e sapevamo che prima o poi avremmo dovuto condividere la strada con loro e con le loro fumate nere, con la loro polvere, con il loro rumore assordante e con i loro lunghi saluti col clacson. Il traffico e' intenso, la nuova strada e' in costruzione e i paesaggi iniziano ad essere meno monotoni con le montagne che si innalzano a destra e sinistra della strada, altrimenti niente, neanche un benzinaio dove comprare un po' di cioccolata o acqua, ma i nostri sensi iniziano a percepire questo nuovo paese cosi' strano, avvolto da un silenzio spettrale e da un rumore incessante.........., il cielo si fa nero, cerchiamo di fare in fretta ma un temporale improvviso accompagnato da grandine non ci da il tempo di vestirci, e cosi' i nostri vestiti vengono ben lavati, io ho le scarpe piene di acqua, strizzo le calze e via, si asciugheranno.

La sera cerchiamo un posto per pernottare e siamo assaliti da gente che ci vuole offrire un posto per dormire, non riusciamo bene a capire il motivo e un paio di giovani finiscono col litigare, e noi ci arrangiamo da soli a cercare una sistemazione.

Una cosa e' certa, siamo tenuti sotto controllo, non sappiamo da chi ma la nostra presenza in paese non e' ben vista dalle autorità', che sembra abbiano paura dei turisti, ah certo, potremmo essere dei terroristi o essere dei giornalisti!

Andre' e Andy cercano di comprare una scheda telefonica ma pare che al momento non sia possibile per i turisti, e io faccio da guardia alle bici e inizio a rendermi conto di come tutti mi guardano mettendomi a vero disagio.

Dovrei portare il foulard anch'io, ma in bici non ce la faccio e ho optato per una bandana che pero' mi lascia il collo scoperto e non e' accettato da tutti, talvolta mi sotterrerei per non aver puntati contro occhi che mi disprezzano, sono donna e lentamente inizio a rendermene conto, qui non sono libera.

3 donne col velo nero si fermano davanti a me, mi dicono qualcosa e un signore mi traduce, pregheranno per me perche' sono in viaggio, le ringrazio e spariscono con i loro veli.........

La nostra prima meta e' Tabriz, è la più grande città dell'Iran nord-occidentale, con una popolazione di quasi 1.400.000 abitanti. È situata a nord dei monti Sahand, a 1.350 m s.l.m., e a sud dei monti Eynali.

Pur essendo molto montuoso l'Iran, per fortuna non dobbiamo fare fronte a tante salite, il caldo inizia a farsi sentire, 2 signori in macchina mi dicono di fermarmi, scendono , aprono il cofano e mi regalano una banana e due cetrioli; Andy ci precede e prepara un pic-nic con pepsi e biscotti, Gabsi e suo marito viaggiano su un camion adattato a casa e ci offrono un caffe', che bei momenti, incontri e momenti che ci danno tanta energia!

A Tabriz ci riposiamo 2 giorni e anche qui e' difficile trovare da mangiare durante il giorno!

Poi le nostre strade si dividono, io e Andre' continuiamo l'avventura da soli verso sud, il panorama e' stupendo, tutto e' marrone, la steppa e anche il colore dell'acqua che scorre  nei torrenti, gli unici colori sono il giallo di piccoli fiorellini e il rosso dei papaveri che crescono ai bordi della strada.

Ogni tanto vediamo delle capre o delle mucche che si inerpicano sulle montagne, qua e la' case di contadini, poi si iniziano a vedere le prime risaie, un po' di verde finalmente, ed esterefatti ci chiediamo da dove arrivi tanta acqua nel pieno della steppa.

Le citta' sono caotiche e sporche ma da qualche parte dobbiamo dormire, una notte la passiamo in un parco e un'altra in un centro sportivo, che non vi descrivo, non vedo l'ora che arrivi mattina e sparire, a letti e bagni sporchi preferisco la tenda, ma 2 ciclisti incontrati per strada insistono per aiutarci e non c'e' verso che ci lascino andare. Finalmente troviamo un'angelo iraniano che ci ferma, ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto, gli diciamo che ci serve una scheda telefonica, e ci vende la sua!

 Finalmente connessione!

Il deserto continua e una tappa é molto lunga, quasi 130 km. ma decidiamo di provarci, facciamo pause in continuazione, ci sediamo all’ombra appena la troviamo, e alla fine decidiamo di fare l’autostop, sí, in Iran é una cosa normale anche con la bicicletta, i camionisti offrono passaggi spontaneamente ma noi non abbiamo avuto tanta fortuna.

Si é fermato un tizio che appena ci ha visto fare l’autostop ha visto il segno dei dollari come Paperone e ci ha chiesto una somma esorbitante, dopo aver contrattato gli abbiamo dato i soldi e una volta caricato tutto ha cercato di dirci che non gli avevamo dato niente, io sono scoppiata a piangere dalla paura e alla fine l’ho spaventato, ci ha portato a destinazione e noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo.

Il giorno dopo ci fermiamo in una cittá ma l’albergo non ci accetta, forse perché io sono donna, compriamo il necessario e decidiamo di continuare fino al prossimo posto adatto per la tenda.

Un passante ci offre da bere, una pasticceria 2 pezzi di torta, appena saliamo in bici lungo la strada si ferma una macchina con 4 donne, aprono il cofano e ci regalano frutta e pane allo zafferano.

In un paesino ci fermiamo per chiedere se c’é un parco, troviamo un signore in mountainbike e ci rivolgiamo a lui, che inaspettatamente ci invita a casa di sua mamma, un’altro angelo, Reza.

Sua mamma é meravigliosa, si mette a parlare con me a gesti e intanto riempie il tappeto di caramelle, noccioline, frutta secca e ceci; abbiamo una stanza per noi, facciamo la doccia e poi andiamo da dei parenti a cenare; la mattina quando ci alziamo la colazione é giá pronta su una tovaglia distesa per terra, poi la mamma apre la porta della casa per prima, ci abbracciamo e via.

Reza ci invita nella sua cittá e cosí la sistemazione é giá organizzata, appena arriviamo sua moglie ci da da mangiare e da bere in continuazione e la sera ci portano a visitare la cittá e poi a mangiare.

Gli iraniani sono molto ospitali, e per noi é sempre molto difficile riuscire a ricambiare in qualche modo. Le domande che ci vengono rivolte sono sempre mille, e sembra che tutti gli iraniani non sognino altro che lasciare la loro terra per avere una vita migliore, li capisco, ma almeno un po’ di iniziativa per renderla migliore potrebbero averla.

Le strade sono veramente indescrivibili, le cittá costruite senza un minimo di piano urbano, tutto viene costruito in fretta e male, destinato a stare in piedi fino al prossimo terremoto, i marciapiedi sono molto pericolosi, tra loro e la strada ci sono dei canali molto profondi che non ho mai capito se fossero per raccogliere acqua o per raccogliere immondizia, e sui marciapiedi viene venduto di tutto, ma soprattutto pomodori e cetrioli, che vengono mangiati soprattutto a colazione con pane e formaggio fresco.

Esfahan la raggiungiamo in bus, é una cittá molto antica e divenne importante nel Cinquecento sotto la dinastia safavide con lo scià 'Abbas I il Grande, il quale diede l'impronta architettonica della città che tuttora vanta. Presenta vestigia straordinarie quali:

-la Piazza Imām Khomeini, chiamata ufficialmente Meydān Naqsh-e Jahān (ovvero "Piazza Metà del Mondo") e un tempo Meydān-e Shāh ("Piazza dello Scià", sottintendendo ʿAbbās I). È una delle piazze più grandi del mondo e tutto il suo complesso è stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'umanità nel 1979.

-la Moschea dello Scià (Meydān Naqsh-e jahān, persiano: مسجد شاه‎, Masjid-e Shāh) è la principale moschea della città che sorge sul lato Sud di Piazza Naqsh-e jahān. Venne eretta a partire dal 1629 su ordine dello scià 'Abbas I il Grande, è una delle più rinomate dell'Iran islamico.

-il Palazzo Ali Qapu che sorge anch'esso sulla grande piazza, venne eretto all'inizio del XVII secolo come residenza degli Sciàdi Persia.

Nella piazza l’atmosfera é piena di vita, il bazar invita a fare acquisti, il rumore dei martellini che scalpellano il bronzo si sente in ogni angolo, qualche venditore di spezie, ma soprattutto vestiti di cotone e gioielleria, fuori nella piazza verso sera si apprestano tutti a preparare il pic-nic, le donne assestano in continuazione i loro veli, sembra che tutti siano felici e mi chiedo se sia proprio cosí.

Nei numerosi parchi incontriamo sempre qualcuno con cui parlare, come un signore che parla molto bene tedesco, ha studiato in Germania e adesso passa le sue giornate al parco per sentirsi meno solo, mi fa tanta tenerezza, talvolta leggo proprio tanta invidia negli occhi della gente, ma un’invidia che forse non troverá mai il tempo o il coraggio di trasformarsi in azione per mancanza soprattutto di mezzi economici.

Penso sempre a come sia fortunata ad essere nata in un paese ricco, ma mia mamma dice sempre che ci si abitua o forse meglio ci si rassegna.

Talvolta vorrei sprofondare non so dove e girare questo paese come un fantasma, osservare il via vai della vita di tutti i giorni, come la nostra del resto, ma forse meno preoccupati del domani, perché qui nessuno compra da mangiare per una settimana ma solo per un giorno, in negozietti che non hanno molto da offrire se non che dolci e biscotti in primis e pasta istantanea.

Decidiamo di lasciare Esfahan con un bus notturno e passiamo la giornata nel parco a lavare le bici e a cambiare dei pezzi, per cenare ci nascondiamo in un’angolo del parco a causa del Ramadan.

Verso le 4.00 di mattina il bus ci lascia in periferia di Qazvin, e trovato un parco facciamo colazione prima di proseguire per ben 120 km., meglio non sapere cosa ci aspetta, vento fortissimo che ci continua a costringere a scendere dalla bici, traffico intenso, sembra quasi di pedalare lungo un treno che porta camion senza fine, senza sosta, non si riesce neanche a guardare il paesaggio, un signore ci offre un caffé che vola via dal bicchiere, e finalmente arrivati in una cittadina il paesaggio é stupendo se non fosse per centinaia di pale eoliche piantate ovunque, vorremmo piantare la tenda ma abbiamo paura che il vento la porti via quindi decidiamo di proseguire quasi fino a buio inoltrato finché no troviamo un bel posticino lungo un fiume, cenetta veloce e a letto!

A Rascht gli alberghi sono talmente cari e costosi che decidiamo di dormire 2 giorni in un parco vicino ad un ristorante dove mangiamo a volontá finalmente.

Raggiungiamo lentamente Astara, tra una dormita in una clinica organizzata da Reza, un medico e un’angelo che ci ha aiutato ad avere una sistemazione, tra giornate caldissime e soste di lunghe dormite, tra una notte passata in spiaggia sul Mar Caspio, colazioni al mare e qualche notte d’albergo in attesa del visto Azerbaijano.

Lasciamo l’Iran contenti, io non ne posso piú di trovarmi sempre e solo uomini attorno che per di piú non mi rivolgono la parola, e continuano a fissare i miei polpacci che escono dai pantaloncini a 3/4, mi devo sempre ribellare e ricordargli che sono una turista e ciclista!

Caro Iran, quanto non so ancora di te, quante volte ho cercato di capirti e non sono riuscita, quante volte ci hai sorpreso con i tuoi angeli, quante volte hai cercato di cullarci con quel poco che hai, quante volte ci hai reso felici, grazie, forse ci torneremo, quando il sole sará meno forte e forse quando anch’io come donna potró sentirmi libera!

باشید      (buona fortuna)

Kommentar schreiben

Kommentare: 0